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Internet a scuola

Internet a scuola: stupido è chi lo stupido fa

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Ha fatto molto discutere l'articolo del linguista Raffaele Simone, pubblicato da Repubblica la scorsa settimana. Il titolo è eloquente: "Se a scuola internet rende stupidi" e la tesi affascinante:


Ci si potrebbe divertire a dare una risposta puntuale ad ogni castroneria che l'autore è riuscito ad inserire nel pezzo, ma mi limiterò a sottolineare come il Nostro dimostri sostanzialmente di non conoscere ciò di cui parla. Scrive ad esempio che la LIM "basta vederla in funzione per capire che è un gadget inutile e fragilissimo. Il suo lavoro non è molto diverso da quello di una lavagna normale, quasi solo con la differenza che si può registrare quel che si è scritto". Ma ne ha mai usata una?

Peraltro, con lo stesso spirito un suo antenato di qualche secolo addietro avrebbe potuto rimpiangere il precettore e affermare che il lavoro della lavagna di ardesia non è molto diverso da quello della sabbia su cui si scriveva con un legnetto "quasi solo con la differenza" che è posta in verticale e che il segno resta fino a quando non lo si cancella.

Ma l'autore ignora soprattutto le innumerevoli possibilità che vengono date da uno strumento che - ad esempio - è connesso ad internet. Il maestro parla della forza evocativa dell'immagine visiva e può proiettare le incisioni di Dorè della Divina Commedia; la docente di Lettere cita un testo non presente in antologia e ha subito la possibilità di mostrarlo ai suoi studenti; si tiene la conferenza stampa al CERN per illustrare i risultati di un esperimento e la si può guardare insieme al professore di Fisica. Ma tutto questo sarebbe un inutile vezzo per il pregiudizio di fondo: internet rende stupidi.

La tesi - va detto - non è nuova. Ricorda ad esempio l'atteggiamento di molti studiosi dei primi anni Sessanta verso la televisione, che sarebbe stata responsabile di analoghe distrazioni per il "popolo bue". Per fortuna, ci ha pensato un altro linguista, Tullio De Mauro, a tacitare i laudatores temporis acti dell'epoca (ogni epoca ha i propri, evidentemente).

Il pensiero di Raffaele Simone è poi profondamente classista. Dove la classe a suo dire inferiore è quella degli studenti, che sarebbero incapaci di comprendere il nuovo linguaggio, privilegio evidentemente riservato a pochi eletti, gli adulti (o forse i linguisti? questo non ci è dato sapere). Superata la prima fase di affermazione delle nuove tecnologie, nella quale gli adulti hanno subito i più giovani, ora provano a risorgere spiegando che sì, è vero che "loro" ne sanno più di "noi", ma "loro" usano male lo strumento perché solo "noi" ne abbiamo compreso il Senso, lo Scopo. Solo l'adulto non si fa rincoglionire (pardon, instupidire) da internet.

Ma Simone va oltre e ci spiega che il problema del tablet è che "ha un appeal al quale è difficile resistere". E qui sembra di leggere le cronache dei primi conquistadores che descrivono le facce degli Indios abbagliati dagli specchietti. Si sbaglia, caro Simone: nessuno studente - se ben accompagnato dal suo insegnante - si lascerà abbagliare dal tablet. E anche se così fosse per qualcuno, quale miglior antidoto che farglielo conoscere fin dal primo anno di scuola?

Il secondo argomento di Simone è solo apparentemente più ragionevole. Quella delle tecnologie sarebbe l'ennesima moda di cui la scuola cadrebbe vittima e la loro introduzione "tardiva". Ma qui si contraddice. Ci dice infatti che la scuola "mancata (negli anni Ottanta) la fase iniziale dei pc, ignorato (negli anni Novanta) l´avvento della rete, ora cerca di acchiappare la pantera per la coda introducendo tablet a tappeto". Fosse prevalso il suo criterio però non avremmo introdotto i pc nemmeno nei Novanta e la rete nei Duemila... per fortuna invece lo abbiamo fatto, altrimenti oggi saremmo indietro di trent'anni e non "solo" di dieci!

Sia chiaro, non va tutto bene. Una introduzione massiccia della cultura digitale a scuola senza un'analisi di cosa ha funzionato e cosa no sarebbe - questo sì - molto stupido; cerchiamo almeno di sfruttare il nostro ritardo decennale per imparare dagli errori degli altri. Ma articoli come quello di Simone sono pericolosi proprio perché individuano il bersaglio sbagliato: internet non rende stupidi (non necessariamente, non più della lettura di alcuni quotidiani) e non è mai troppo tardi per innovare.

Per aggiustare il tiro, potremmo cominciare dall'analisi degli studi a disposizione. Come, ad esempio, quello che OCSE ha rilasciato nel giugno scorso relativo alle competenze digitali dei quindicenni. Per alcune riflessioni più approfondite rimando a questa analisi; qui vorrei riprendere una sola considerazione: ciò che fa la differenza tra una innovazione ben fatta e una fatta male è la formazione dei docenti che quell'innovazione dovranno utilizzare.

Si formino gli insegnanti in servizio e quelli ancora da assumere all'uso intelligente delle tecnologie, si spieghi loro che la LIM è esattamente il contrario di una semplice lavagna, un po' più cool: è uno strumento diverso, la cui introduzione cambia la didattica tanto quanto l'ha cambiata il passaggio dalla trasmissione orale del sapere a quella scritta. Si formino, quindi, e si selezionino i nuovi insegnanti anche in base alla loro capacità di preparare una lezione che possa, chessò, essere fruita sfruttando tutte le potenzialità di un tablet.

Trovo che sia questa la migliore risposta alle teorie di Simone, perché se non altro sposta l'attenzione dal mezzo (tablet e LIM) e dal destinatario (lo studente "abbagliato" e "instupidito") al soggetto che in teoria dovrebbe condurre il gioco: l'insegnante. Purtroppo per alcuni, ma io dico per fortuna, sarà sempre lui a fare la differenza.

di Marco Campione - Responsabile scuola Pd Lombardia 

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